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Il ruolo importante dello Spin Doctor

Lo Spin doctor è un esperto di comunicazione il cui compito, da consulente di leader politici ma anche di interi partiti o di altri personaggi pubblici, è quello di pensare e gestirne strategicamente la presenza e l’immagine pubblica.

Prevedere e pianificare, una risorsa da affiancare è fondamentale per la riuscita del progetto politico individuale e collettivo.

Il nuovo millennio ha evidenziato il cambiamento del rapporto tra il ruolo politico e quella manageriale degli amministratori pubblici. È avvenuta una ripartizione dell’attività di governo tra la dimensione politica della strategia e degli indirizzi e quello della concreta azione gestionale per il raggiungimento dei risultati.

Il nuovo ruolo dei politici, sia a livello locale che a livello parlamentare comprende competenze non solo di tipo strategico  ma anche di tipo trasversale, necessarie per la gestione delle persone che compongono l’ambiente entro il quale il politico agisce.

 La nuova figura pubblica del politico manager, si propone di contemplare sia l’identità di governatore politico che quello della dirigenza amministrativa e introduce una professionalità nuova, portatrice dei valori e della cultura manageriale e capace di utilizzare tecniche e strumenti di governo mutuati dalla realtà dell’impresa.

Le competenze manageriali sono utili ad affrontare con maggiore capacità di intervento la crescente complessità del contesto in cui gli uomini politici si trovano ad operare.

Vertici aziendali più femminili nelle imprese quotate in borsa

TVSVIZZERA.IT Keystone / Ennio Leanza

Da quest’anno, i consigli d’amministrazione delle più grandi ditte svizzere dovranno progressivamente contare almeno il 30% di donne.

Tra le nuove disposizioni contemplate dalla revisione del diritto delle società anonime, entrata in vigore il primo gennaio 2021, vi è una norma che punta a migliorare la rappresentanza femminile in seno ai consigli d’amministrazione e alle direzioni delle società svizzere quotate in borsa.

La misura prevede che nei cda e nelle direzioni siedano rispettivamente almeno il 30 e il 20% di donne.

Il provvedimento non è però obbligatorio. Se i valori non sono rispettati, l’impresa deve, nel rapporto annuale sulle remunerazioni, indicare i motivi e illustrare le misure per migliorare la situazione. L’obbligo di presentare tale documento incomincia per i cda cinque anni dopo l’entrata in vigore della legge e per la direzione dieci anni dopo. Ad essere interessate da queste disposizioni sono circa 200 società.

Se il buongiorno si vede dal mattino, le cose sembrano essere iniziate piuttosto bene, poiché tre donne sono state recentemente nominate amministratore delegato di tre importanti società: Michèle Rodoni, alla Mobiliare, Sabrina Soussan, di Dorma-Kaba e Laura Meyer, alla testa di Hotelplan.

Secondo alcuni esperti, l’obiettivo è raggiungibile, in particolare per i cda. “Le aziende si muovono. Innanzitutto, il 40-50% del personale è formato da donne e le imprese sono anche consapevoli che devono promuovere il loro sviluppo – spiega alla Radiotelevisione svizzera il reclutatore di manager Guido Schilling. Esistono piani validi per la diversità di genere, c’è una forte presenza di donne nei quadri intermedi e sono fiducioso che arriveranno ai vertici nei tempi a cui si mira con le nuove disposizioni”.

La Svizzera parte però da lontano. Secondo uno studio pubblicato a inizio 2020 dalla società Heidrick & Struggles, su 16 paesi analizzati, la Svizzera arriva al penultimo posto per quanto concerne la rappresentanza femminile ai vertici della direzione delle più grandi aziende. La Confederazione fa meglio solo della Cina

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Leadership femminile

Diritti riservati a il messaggero.it

La leadership femminile nelle imprese cresce, ma le donne restano una netta minoranza rispetto ai colleghi maschi. Le donne managersfondano quota 1 milione, crescono ad un ritmo più che doppio rispetto a quello degli uomini, ma restano meno di un quarto del totale dei dirigenti italiani. Una situazione che però cambia se si guarda ai singoli settori: nei servizi di cura alla persona e sanità e assistenza sociale, ad esempio, le donne che siedono in posti di comando sono quasi alla pari con gli uomini. A fotografare la situazione è un approfondimento sulle cariche manageriali detenute dalle donne nelle imprese italiane contenuto nel IV Rapporto sull’imprenditorialità femminile realizzato da Unioncamere, che fa il punto sugli ultimi 5 anni.Nel 2019 le donne che siedono nei posti di comando delle imprese italiane sono pari a 1.078.627, con un aumento del 7,2% rispetto a cinque anni prima. Un tasso di crescita doppio rispetto ai colleghi maschi, che tra il 2014 e il 2019 sono cresciuti appena del 3,5%, arrivando a oltre 3,2 milioni. Sul totale dei manager, tuttavia, le donne continuano a rappresentare una fetta di appena il 24,7% del totale. Ma ci sono comunque alcuni ambiti in cui la leadership femminile è forte e le ‘quote rosà sono un dato di fatto. Nei settori della cura della persona e della sanità e assistenza sociale, le donne manager sono infatti quasi la metà del totale, raggiungendo fette rispettivamente del 50,8% e del 44,1%.

Ci sono poi i settori della manifattura legata alla moda, oltre a quelli dell’ospitalità e del turismo, e dell’istruzione, in cui le donne al vertice sono oltre il 30%. Negli ultimi 5 anni, inoltre, le donne manager sono aumentate molto soprattutto in settori non tradizionalmente femminili: l’incremento maggiore si registra nell’agricoltura (+31,1%, con una quota che è passata dal 21,1% al 23,6% del totale), ma anche nel trasporto, logistica e magazzinaggio (+18,6%, passando dal 17,6% al 19,1% del totale) e nei servizi assicurativi e finanziari, con oggi le donne al vertice rappresentano il 18,4% contro il 16,7% di 5 anni fa.

Con oltre 218mila manager donna, la Lombardia è la regione che traina la graduatoria a livello regionale della presenza femminile nei luoghi di comando, seguita da Lazio ed Emilia Romagna. Guardando però alla quota femminile rispetto al totale, è la Valle d’Auosta (nonostante negli ultimi 5 anni le donne manager siano calate dell’8,9%, in linea con il calo anche dei manager maschi) la regione in cui le donne sono la fetta più consistente (29,1% del totale), seguita da Sardegna (27,2%) e Piemonte (27,1%). Rispetto al 2014, infine, la crescita più forte di donne ai vertici si registra in Basilicata (+28,1%), seguita da Puglia e Sicilia.

BPW Ticino

Campagna di sensibilizzazione

Dal 15 settembre per le strade di Lugano circola un bus per promuovere la campagna di sensibilizzazione lanciata dal BPW Ticino, con un’immagine emblematica che vuole portare alla riflessione sul tema “Donne ai più alti livelli dirigenziali delle aziende”.

Non è difficile riconoscerlo e guardando la fotografia sul retro vi sorgerà spontanea la domanda “…e le donne?”

Le donne mancano. Mancano nei Consigli di Amministrazione di medie e grandi aziende. Mancano nelle funzioni dirigenziali delle società. Mancano nei quadri delle imprese. Eppure le donne che meriterebbero di esserci ci sono.

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Ruth Bader Ginsburg

di Lorenzo Tosa, diritti riservati

Non si può comprendere fino in fondo la lunga traiettoria dei diritti delle donne negli Stati Uniti e nel mondo senza conoscere questa donna qui, Ruth Bader Ginsburg, storica giudice della Corte Suprema portata via ieri sera a 87 anni da un tumore al pancreas con cui combatteva da tempo.

RBG non era una semplice giudice ma un’icona pop. Talmente grande e idolatrata da finire sulle t-shirt e sui poster come una rockstar.

Era arrivata ad Harvard nel 1955 già madre di una bambina di pochi mesi, in un’epoca in cui le donne iscritte al suo corso di Giurisprudenza erano appena 9 su 500. La sua famiglia, rassegnata, di lei diceva: “Se fallisce, almeno è sposata.” Dopo la laurea fece il giro di tutti gli studi più o meno importanti di New York, ma nessuno all’epoca assumeva una donna. Così cominciò a insegnare alla Columbia con un corso su “Genere e Legge”, durante il quale viaggiò come ricercatrice in Europa, conoscendo da vicino la condizione della donna in Svezia e il ritardo clamoroso sulla parità di genere negli Stati Uniti. Infine si trasferì come docente alla Rutgers University, dove percepiva uno stipendio molto inferiore rispetto ai colleghi maschi in quanto moglie di un uomo abbiente.

È con questo lungo bagaglio di conoscenze dirette e diritti negati che, negli anni ‘70, RBG cominciò a seguire le cause di discriminazione sessuale, che trattava al pari di quelle razziali, vincendo una battaglia dietro l’altra e riscrivendo letteralmente la storia dei diritti civili e della donna negli Usa. “Mi vedevo come una maestra d’asilo che deve insegnare ai giudici che non sanno che esiste la discriminazione sessuale” avrebbe raccontato in seguito.

Fino a quando, un giorno di molti anni dopo, nel 1993, quell’avvocata dal fisico minuto e un talento oratorio smisurato, venne nominata dal Presidente Bill Clinton seconda donna giudice della storia della Corte suprema americana, passando dall’altra parte della barricata. Sono gli anni della fama e della notorietà, senza smettere mai fino all’ultimo giorno di combattere per le battaglie di una vita.

“Non chiedo favori per il mio sesso” disse una volta in aula durante un’arringa. “Chiedo solo che smettano di calpestarci”.

RBG se n’è andata stanotte lasciando una poltrona vacante che Trump si prepara già ad occupare con una nomina dal sapore regressivo. Restano le sue conquiste, la sua impronta indelebile sugli ultimi cinquant’anni di cultura americana, i suoi “I dissent” recitati come mantra.

La sua ultima volontà, espressa poco prima di andarsene, è un manifesto di resistenza.

“Non rimpiazzatemi fino a quando non ci sarà un nuovo presidente alla Casa Bianca”.

Le vite, quelle grandi.